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La ricerca di nuovi materiali sia strutturali che isolanti è una delle frontiere che devono essere ricercate per limitare l’uso di componenti plastici di origine fossile, oggi largamente utilizzati, il cui smaltimento nel futuro si prospetta sempre più problematico anche per la ridotta possibilità di riciclo.. Questo articolo ci propone un componente vegetale, il bambù, come materia prima di pannelli isolanti, ricordiamo che questo materiale è largamente utilizzato in Oriente, India in primis, come componente strutturale dei ponteggi in edilizia.
L’articolo ci ricorda una volta di più come la ricerca a 360 gradi sia l’unica via di uscita da un mondo che lentamente ma con determinazione deve uscire dall’uso dei materiali provenienti da fonti fossili.

 

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La pandemia da Covid-19, i cui devastanti effetti abbiamo tristemente sperimentato nella nostra cara terra bergamasca, ha sollecitato ovunque la spontanea iniziativa di quanti, avendo a vario titolo competenze specifiche, hanno ritenuto di poter dare la propria disponibilità a sperimentare nuovi strumenti che potessero essere di valido supporto e ausilio a supporto delle strutture ospedaliere e sanitarie nel trattamento dei pazienti colpiti dal virus

Dalla sinergia di competenze scientifiche, mediche, ingegneristiche, meccaniche e software, con il supporto di ricercatori dell’Istituto di Fisica Nucleare e sotto il coordinamento di Cristiano Galbiati si è costituito un gruppo di lavoro che ha visto man mano coinvolte oltre 250 figure di vari settori e discipline, che hanno ideato prima, e realizzato e testato poi un ventilatore polmonare a supporto dei malati.

Il lavoro, condotto senza sosta, ha portato alla realizzazione di uno strumento che si rende di grande interesse non solo a livello nazionale, ma che si inserisce di diritto in una dimensione internazionale nell’ottica di risolvere una criticità globale.

Di seguito nel dettaglio l’articolo di grande interesse illustra i contenuti del progetto divenuto preziosa realtà grazie alle sinergie interdisciplinari messe in campo.

 

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La collaborazione fra medici e ingegneri è nata negli anni 60-70 per lo sviluppo degli organi artificiali e della macchina cuore polmone. La Bioingegneria data di quel periodo e si è evoluta con l’utilizzo dell’informatica a sostegno delle problematiche mediche. La realizzazione delle apparecchiature necessarie ha fatto sorgere vere e proprie industrie biomediche.
L’Università italiana, per far fronte a questa specifica necessità, ha istituito la laurea in Ingegneria Biomedica e, presso l’Università di Bergamo, si tiene il corso di “Ingegneria delle tecnologie per la salute”.
Questi corsi hanno il preciso scopo di affiancare sempre più medici e ingegneri per aumentare l’efficienza di un servizio fondamentale, come quello che riguarda la salute dei cittadini, e, cosa niente affatto secondaria, utilizzare al meglio le risorse economiche a disposizione dello stesso. Inoltre, non a caso, impiantistica, apparecchiature e gestione dei servizi informatici, sono problematiche riconosciute dagli Ospedali come competenza professionale degli ingegneri.
Tanto più fondamentale diventa il contributo del sapere ingegneristico, come ricorda il professor Remuzzi nell’ultima parte del suo articolo, allo scoppio di pandemie, come la tristemente famosa Covid-19, che impongono radicali e repentini cambiamenti nella gestione del Sistema Sanitario, sia pubblico che privato.

Autore Ing. Andrea Remuzzi

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La possibilità di poter essere di aiuto agli operatori sanitari impegnati sul campo che proveniva dall’impiego di un supporto di ventilazione ai pazienti sub-intensivi affetti da Covid-19 con l’utilizzo modificato della maschera da snorkeling della ditta Decathlon modello Easybreath 1 ha fatto sì che un gruppo di amici, imprenditori e professionisti bergamaschi, guidati da Carlo Pedrali, unitamente all’UCID Monza e Brianza, con presidente Aldo Fumagalli, dessero vita al progetto “Easy Covid-19 Mille respiri per Bergamo e Monza Brianza

Autore: Ing. Umberto Noris

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