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I rischi legati alla guida di un autoveicolo aziendale fanno parte, a pieno titolo, dei rischi associati alla mansione lavorativa e, quindi, devono essere considerati in sede di valutazione ai sensi dell’art. 28 del D.lgs. 81/08 e s.m.i.. Sebbene non vi sia uno specifico riferimento (da notare sul tema una sentenza della Corte di Cassazione civile, Sezione Lavoro, n. 3970, del 21 aprile 1999, che aveva già evidenziato come il rischio generico della strada potesse diventare “rischio specifico di lavoro”) al datore di lavoro, in collaborazione con il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione e il Medico Competente, spetta la redazione del Documento per la Valutazione dei Rischi (DVR) e l’identificazione del complesso delle necessarie misure di prevenzione e protezione adottate all’interno dell’azienda per garantire la sicurezza di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

Adriano Paolo Bacchetta, Coordinatore Commissione Sicurezza CROIL, nel suo articolo argomenta l’approccio da tenere per gestire aziendalmente il “rischio guida” e, prima ancora, cosa fare per contenerlo

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La gestione del cantiere non è cosa semplice e non solo per la complessità tecnica delle opere da eseguire, ma anche perché è spesso oggetto di curiosità di non addetti ai lavori che chiedono (o pretendono) di accedere sul luogo. Che è un luogo di lavoro e come tale pieno di pericoli e insidie, regolamentato da specifiche normative. Proprio partendo dalla disamina di queste gli Autori sviluppano la disamina di quali siano i soggetti “aventi diritto” all’ingresso in cantiere anche in base alle specificità dello stesso e fanno chiarezza anche su chi può rilasciare autorizzazioni all’accesso ed in quali condizioni.

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Diciamocelo: quanto rilievo diamo al fascicolo dell’opera nel ns lavoro di CSP? Probabilmente non molto……. forse perchè riguarda il “dopo di noi”,,,?
Sta di fatto che la sicurezza nella manutenzione si estende per anni …… dopo di noi…. ed un lavoro svolto con coscienza e professionalità, in fase di progettazione, dovrebbe tenerne conto….
… peraltro, tante indicazioni/prescrizioni riguardano presidi magari non visibili alla sola vista e che rischiano di non essere utilizzati, con decadimento di fatto della sicurezza in fase di manutenzione.
Il contributo allegato è un ottimo ausilio su questa riflessione….
Il cdr

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Fascicolo
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Confesso che sentire parlare, questa estate per la prima volta, di una regolamentazione del lavoro rispetto alla temperatura mi è suonata come un voler alzare l’asticella con approccio molto cautelativo.

Poi, nei giorni dopo ferragosto, sono andato in gita di piacere in Svizzera con mia Moglie, a scoprire le città storiche, TANTO LI’ FA FRESCO ………

E così siamo arrivati a Berna, nel delizioso centro storico ed in un graziosissimo albergo Proprio nel centro: 35 gradi esterni e 35 gradi in stanza, senza condizionatore (figuriamoci in un edificio storico) e senza ricambio d’aria (una sola finestra, neanche grande, esposta ad ovest): beh dopo alcune ore di onesti tentativi abbiamo dovuto cambiare albergo, pur avendolo già pagato, per palese, manifesta ed ingestibile INVIVIBILITA’.+

Ecco, lì ho capito quanto sia seria, ed ormai improrogabile, una gestione del rischio climatico nelle procedure di sicurezza aziendali e nei cantieri: se non siamo resistiti stando fermi a riposare, figuriamoci se avessimo dovuto lavorare in quelle condizioni!

Si apre quindi un ambito relativamente nuovo, per la prevenzione dei rischi, ma, come si vedrà leggendo il contributo allegato, non siamo all’anno zero e già circolano statistiche, articoli e documenti significativamente autorevoli per poter mettere mano ai DVR su cui siamo professionalmente ingaggiati.

Livio Izzo

 

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https://www.ingenio-web.it/articoli/sicurezza-sul-lavoro-la-valutazione-dei-rischi-nell-ottica-dei-cambiamenti-climatici/?utm_term=73834&utm_campaign=La+Gazzetta+di+INGENIO&utm_medium=email&utm_source=MagNews&utm_content=6014+-+3292+%282023-09-01%29

 

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Da alcuni anni è in corso un progetto del CNI, attivato dagli Ordini Territoriali, per portare la cultura della sicurezza nelle scuole. Questo perchè, al di là delle norme e dei regolamenti, l’unica discriminante per una diminuzione degli incidenti è che la sicurezza diventi un vero e proprio valore culturale naturale.

Nell’articolo che segue viene fatto un primo bilancio, sia a livello nazionale che a livello provinciale e del nostro Ordine, delle esperienze fatte, dei risultati raggiunti e della strada da compiere.

Nella immagine, l’Ing. Marinoni consegna un premio ad un Dirigente scolastico di Bergamo per il miglior Progetto presentato dai ragazzi nel corso di questa esperienza.

Il CdR

 

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Il ransomware è diventato uno dei crimini informatici più diffusi negli ultimi anni. Questo tipo di attacco consiste nel criptare i dati di un’organizzazione o di un individuo bloccandone così l’accesso per poi richiedere un riscatto per ripristinarlo.

La domanda che molti si pongono dopo essere stati vittime di un attacco ransomware è: “dovrei pagare il riscatto per ripristinare i miei dati?” Sebbene la maggior parte degli esperti di sicurezza informatica, compreso lo scrivente, consigli di NON PAGARE il riscatto, ci sono situazioni in cui potrebbe essere la migliore opzione per l’utente colpito. La risposta a questa domanda è quindi complessa e dipende dalle circostanze specifiche di ogni attacco.

In primo luogo, è importante comprendere che pagare il riscatto non garantisce necessariamente il ripristino dei dati. Con i criminali informatici che di solito conducono attacchi ransomware, anche se si paga il riscatto, non ci sono garanzie che forniscano la chiave per decrittare i dati poiché non hanno alcun obbligo (e non vi alcun modo di obbligarli) a fornire il codice di decrittazione una volta che il pagamento è stato effettuato. Anzi, in alcuni casi, possono addirittura chiedere un secondo pagamento o cercare di estorcere ulteriori fondi.

Inoltre, pagare il riscatto incoraggia a continuare a perpetrare questi attacchi. Se più organizzazioni e individui pagano, il ransomware diventa un’attività molto redditizia e quindi aumenta il rischio di futuri attacchi. Il pagamento del riscatto infatti potrebbe essere visto come una violazione dell’etica e dei valori dell’azienda o dell’organizzazione colpita. Potrebbe anche incoraggiare altri a violare la sicurezza dell’azienda, sapendo che l’azienda è disposta a pagare per ripristinare i dati.

C’è anche un rischio per la privacy e la sicurezza dei dati. Pagare il riscatto potrebbe mettere a rischio i dati sensibili dell’organizzazione o dell’individuo, poiché i criminali informatici potrebbero utilizzare l’occasione per raccogliere informazioni sensibili o compromettere ulteriormente il sistema.

In generale, tutte le agenzie di Sicurezza Informatica, a ragione, consigliano di non pagare il riscatto in caso di attacco ransomware. Ogni caso è comunque diverso e le organizzazioni o gli individui colpiti devono prendere in considerazione la gravità dell’attacco e la disponibilità di altre opzioni specialmente se un’azienda o un’organizzazione dipende fortemente dai dati per le proprie attività quotidiane e il ripristino rapido dei dati è essenziale.

Ad esempio, se i dati critici sono stati crittografati e non sono disponibili backup affidabili, potrebbe essere necessario valutare l’opzione di pagare il riscatto per ripristinare i dati. Tuttavia, è importante valutare attentamente questa opzione e cercare altre alternative prima di optare per il pagamento.

In conclusione, un ‘attacco ransomware può avere conseguenze disastrose per le organizzazioni o gli individui coinvolti e pagare il riscatto NON E’ MAI la soluzione migliore. Purtroppo, ci sono situazioni in cui il ripristino rapido dei dati è essenziale e il pagamento del riscatto potrebbe essere l’unica opzione È importante valutare attentamente tutte le opzioni disponibili e cercare assistenza da professionisti della Sicurezza Informatica. In ogni caso, le organizzazioni dovrebbero pianificare in anticipo la risposta a un attacco ransomware, includendo protocolli di sicurezza, backup regolari dei dati e piani di ripristino che costituiscono, ad oggi, gli unici strumenti validi a disposizione per il ripristino dei sistemi compromessi.

 

 

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L’ottava dimensione del BIM riguarda la sicurezza e la prevenzione degli infortuni in cantiere, così di sente ormai parlare anche di 8D; in effetti da e con il Modello BIM sarebbe possibile simulare tutte le azioni prevedibili ed i rischi connessi, proprio come si addice ad un digital Twin, quindi fornire al settore delle costruzioni migliori risultati nel campo di salute e sicurezza, non solo nel cantiere ma anche nella gestione di futura manutenzione e gestione del fabbricato.

L’articolo che segue percorre i passi per capire come sia possibile la gestione dei rischi con l’utilizzo di questo strumento e innesca una riflessione: perché le norme non lo rendono cogente o, quanto meno, non lo considerano premiale?

L. Izzo, M. Bendotti

 

 

 

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Data Retention… di cosa si tratta? Quali sono le richieste normative e quali le problematiche?

dall’articolo si evince che il vero problema alla base di questa tematica concerne la difficoltà di provvedere alla cd “cancellazione mirata”.

Non appare affatto agevole riuscire ad identificare cosa cancellare/distruggere; cancellare in modo mirato è, talvolta, assai complicato. Si pensi ad esempio, all’ipotesi di backup contenenti dati/informazioni che di fatto sono “congelati” ed, in quanto tale, restano ad libitum.

L’opportunità di basarsi su criteri che non sono ufficiali, ma dettati da anni di esperienza e ragionevole buon senso, da un lato evidenziano il perché non sia possibile generalizzare per casi specifici in quanto innumerevoli sono le variabili, dall’altro dimostrano come siano una ulteriore misura di accountabilty attraverso la quale il Titolare “…chiede all’interessato di dargli fiducia”.

Questa è la (nuova) data protection di cui la data retention è, senz’altro, uno degli elementi fondanti.

 

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Le applicazioni possibili della tecnologia BIM alla progettazione antincendio sono molteplici, in questo articolo ne sono state indicate solo alcune. Anche i vantaggi sono numerosi, a partire dalla facilità con cui è possibile modificare le scelte progettuali fatte in precedenza: per ogni singola modifica fatta, si aggiorna l’intero modello, quindi tutte le viste relative. Lo stesso vale per i parametri: modificando la compilazione di un parametro si aggiorneranno tutte le viste e gli abachi. In caso di progettazione con soluzioni alternative, il modello geometrico può essere esportato e utilizzato per simulazioni avanzate di incendio e di esodo, velocizzando il processo progettuale.

Inoltre, una progettazione antincendio realizzata in questo modo non si ferma alla sola parte di prevenzione e protezione, ma è già rivolta verso la gestione della sicurezza antincendio, tema sempre più attuale. Il modello BIM, infatti, può essere utilizzato dalle aziende o dalle ditte manutentrici per tenere monitorate le scadenze dei controlli sugli impianti e sulle attrezzature antincendio, oltre che per aggiornare le informazioni del modello stesso in base ai risultati dei controlli periodici.

Un ultimo vantaggio, ma non meno importante, è la facilità con cui si possono ricavare le informazioni da un unico modello: è sufficiente interrogare un elemento, guardandone le proprietà, per capire la sua funzione specifica all’interno del progetto antincendio. Magari in un futuro non troppo lontano la presentazione di istanze di prevenzione incendi non avverrà tramite formati 2D non interrogabili, ma con un unico modello BIM consultabile e contenente tutte le informazioni progettuali.

 

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L’impatto (del minicodice) sarà sicuramente importante. Come per il Codice di Prevenzione Incendi nel 2015 ci saranno una parte degli stakeholder che cercheranno di frenare, di conservare quanto consolidato negli anni, ma nulla si potrà fare per evitare il progresso tecnologico, normativo e quindi il miglioramento della reale sicurezza in caso di incendio nelle aziende italiane.

Riporto le parole dell’ex capo del CNVVF Ing. Fabio Dattilo nelle quali trovo la motivazione quotidiana nel contribuire con la mia professione a garantire la sicurezza antincendio nelle aziende italiane: “L’ingegnere che svolge attività nel campo antincendio deve riuscire a far capire al proprio committente che lui sta collaborando a risolvere problemi.

Deve far capire che fa parte della strategia aziendale. Se riesce a far questo ha venduto bene il suo prodotto, un prodotto di non poco conto. Deve far capire che il suo lavoro è quello di risolvere i problemi e non essere il problema”.

 

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